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Cetraro, la DDA al Riesame: “Esiste una cosca di ’ndrangheta”. Nel mirino il ruolo di Scornaienchi e Occhiuzzi

La Procura chiede il riconoscimento dell’associazione mafiosa per Luca Occhiuzzi e l’aggravante mafiosa per altri sette indagati: “Non una banda, ma un’organizzazione armata e radicata sul territorio”

Un processo

CETRARO (Cs) – La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro torna davanti al Tribunale della Libertà con un obiettivo preciso: ottenere il riconoscimento dell’associazione mafiosa per Luca Occhiuzzi e l’aggravante mafiosa per Vincenzo Bevacqua, Agostino Iacovo, Alessandra Iorio, Giulia Marino, Francesco Occhiuzzi, Marco Piazza e Francesca Tusa, accusati di averlo favorito durante la latitanza.

Il gip, pur riconoscendo diversi episodi di rilievo penale, ha escluso l’esistenza di un’associazione mafiosa strutturata e non ha applicato la misura cautelare per il 416 bis. Una conclusione che la Procura definisce frutto di “motivazione omessa e manifestamente illogica” e di “valutazione parcellizzata degli elementi di prova”.

Al centro dell’appello c’è la ricostruzione della struttura del gruppo e, soprattutto, dei ruoli di Giuseppe Scornaienchi e Luca Occhiuzzi.

La figura di Scornaienchi: “al vertice della cosca”

Secondo la Dda, il punto di partenza è chiaro: dagli atti del procedimento 4713/22 emergerebbe “l’attuale esistenza ed operatività di una cosca di ndrangheta cetrarese, di derivazione della cosca Muto, al cui vertice è posizionato attualmente Scornaienchi Giuseppe”.

Non un semplice capo banda, ma un soggetto “formalmente affiliato alla ndrangheta”, titolare di “importanti doti di ndrangheta, finanche conseguite in carcere”.

Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia – si legge nell’appello – “si riscontrano vicendevolmente” e lo collocano, fino al 2017, nell’ambito della cosca Muto, “a capo di un gruppo di giovani leve”. Per la Procura, quel ruolo non si sarebbe mai interrotto.

Il gip ha ritenuto di non poter rivalutare in questa fase il materiale già esaminato nel procedimento parallelo, arrivando a parlare di “inesistenza dello specifico sodalizio”. Ma la Dda ribatte che i fatti più recenti – estorsioni, incendi, uso di esplosivi – dimostrerebbero la continuità di una struttura mafiosa capace di imporre il proprio dominio.

Gli atti violenti, scrive la Procura, hanno “determinato l’assoggettamento della popolazione ai suoi dictat mafiosi”. Le intercettazioni riportano vittime che parlano apertamente di “ndrangheta vera e propria”, riferendosi ai “fuoriusciti della banda del vecchio dei Muto”.

Quando Scornaienchi venne arrestato l’8 gennaio, in un casolare, aveva con sé “tre pistole con matricola abrasa”, droga, oltre 72 mila euro in contanti, un giubbotto antiproiettile e strumenti per il travestimento. Un quadro che, secondo l’accusa, fotografa un’organizzazione armata e pronta a garantire la latitanza del proprio vertice.

Le lunghe fughe di diversi indagati sono definite “chiaramente indicative di una rete di appoggi riferibili a gruppi criminali organizzati ed efficienti”.

Il ruolo di Luca Occhiuzzi: “braccio destro” e figura apicale

Se Scornaienchi sarebbe il capo, Luca Occhiuzzi – secondo la Procura – ne rappresenterebbe il braccio operativo. Un collaboratore lo indica come “braccio destro di Giuseppe Scornaienchi”. Ma non solo: l’accusa sostiene che Occhiuzzi abbia rivestito il ruolo di “figura apicale” all’interno del sodalizio.

Un episodio del giugno 2022, avvenuto in un bar di Cetraro e documentato dai carabinieri, viene considerato emblematico. Dopo il ferimento di un uomo legato a una vicenda di sangue del passato, alcuni esponenti del gruppo brindano. Tra loro c’è anche Occhiuzzi.

A un certo punto scoppia una lite: Occhiuzzi schiaffeggia un altro sodale, “spalleggiato da Scornaienchi Giuseppe”. L’uomo non reagisce. Per la Dda, quell’assenza di reazione e la presenza del capo dimostrano gerarchie interne e autorizzazioni implicite. L’episodio, si legge, “conferma lo spessore criminale ed il ruolo nella cosca dell’Occhiuzzi”.

C’è poi il processo per il tentato omicidio al buttafuori di un locale a Belvedere Marittimo che avrebbe chiesto il pagamento delle consumazioni. Per la Procura, quel gesto sarebbe stato una ritorsione per riaffermare “l’egemonia della cosca di appartenenza sul territorio”.

Durante la latitanza, dal 2022 al 2025, Occhiuzzi avrebbe continuato a dirigere. Le prove raccolte – sostiene la Dda – dimostrano “non soltanto la consapevolezza” dei favoreggiatori sulla sua identità e sul suo ruolo, ma anche che egli “sia rimasto nella sua posizione apicale e abbia avuto la capacità di continuare a dirigere l’associazione”.

L’immobile dove è stato trovato, nel centro storico di Cetraro, era dotato di sistemi di videosorveglianza. Al latitante “era stata garantita la sorveglianza, l’assistenza materiale e la riservatezza degli incontri funzionali allo svolgimento del suo ruolo direttivo”. Perfino in carcere avrebbe avuto un telefono cellulare per comunicare con l’esterno. Un elemento che, per la Procura, “la dice lunga sul ruolo di assoluto rilievo all’interno del sodalizio mafioso”.

L’aggravante mafiosa per i presunti favoreggiatori

Per Vincenzo Bevacqua, Agostino Iacovo, Alessandra Iorio, Giulia Marino, Francesco Occhiuzzi, Marco Piazza e Francesca Tusa, la Procura chiede il riconoscimento dell’aggravante mafiosa nel reato di favoreggiamento. In caso di riconoscimento per tutti si aprirebbero le porte del carcere.

La tesi è che non abbiano aiutato un semplice latitante, ma un dirigente di una cosca. E che quell’aiuto abbia consentito all’organizzazione di restare operativa.

Nelle ultime pagine l’organizzazione viene definita “un vero e proprio antistato”, capace di controllare territorio, imprese e relazioni sociali. “Da una cosca e dalle sue regole, una volta entrati, non è possibile uscire”, si legge ancora.

Il Tribunale della Libertà dovrà ora stabilire se gli elementi raccolti delineano davvero una struttura mafiosa con Scornaienchi al vertice e Occhiuzzi in posizione apicale, e se il favoreggiamento contestato agli altri indagati sia stato, come sostiene la Dda, un sostegno consapevole alla ’ndrangheta.

fiorellasquillaro@calabriainchieste.it