PAOLA (Cs) – Ancora una volta il maltempo sul Tirreno cosentino lascia dietro di sé una scia di danni, paura e interrogativi irrisolti. Ma, accanto alle immagini di argini stressati e alvei ingrossati, emerge anche una denuncia civile che chiama in causa responsabilità precise. È quella di Bruno Romeo, che punta il dito contro quella che definisce una pericolosa abitudine: attribuire tutto alla “forza della natura”, eludendo il tema centrale della prevenzione.
Nel suo intervento pubblico, Romeo respinge con decisione la narrazione dell’evento straordinario. Il fiume Deuda, sottolinea, non è un’incognita improvvisa né un fenomeno imprevedibile. È una realtà nota, studiata, vissuta quotidianamente da chi abita quei luoghi. E proprio per questo, secondo la denuncia, non può essere trattata come un’emergenza occasionale, ma come un problema strutturale che richiede manutenzione costante, monitoraggio e scelte chiare.
Il cuore della contestazione riguarda gli interventi effettuati quasi esclusivamente alla foce del fiume. Un approccio giudicato miope, perché ignora ciò che accade a monte. Se l’alveo non viene controllato, pulito e consolidato lungo tutto il suo corso, è inevitabile che le criticità si riversino a valle. La messa in sicurezza, osserva Romeo, non può ridursi a opere localizzate o simboliche, né tantomeno a presenze istituzionali “a evento avvenuto”.
Nel testo emerge anche una riflessione più ampia sul rapporto tra comunità e territorio. Un tempo, ricorda, non esistevano piani complessi o grandi stanziamenti, ma esisteva un senso di responsabilità diffuso che spingeva alla cura diretta dei luoghi. Oggi, al contrario, il territorio sembra intrappolato in una frammentazione di competenze che finisce per paralizzare le decisioni. Una “giungla amministrativa” che produce rinvii, rimpalli e, soprattutto, inerzia.
La denuncia tocca poi un punto particolarmente sensibile: le risorse pubbliche. Romeo richiama un dato ufficiale, ossia lo stanziamento regionale di 44,5 milioni di euro, deliberato nel marzo 2025, destinato alla gestione, manutenzione e messa in sicurezza delle fiumare calabresi. Fondi annunciati per la prevenzione del rischio idrogeologico, ma che, a distanza di tempo, faticano a tradursi in interventi percepibili sul territorio. Da qui la domanda, posta con tono diretto: dove sono finiti quei finanziamenti e quanto basta davvero un’opera limitata alla foce del Deuda per parlare di sicurezza?
Nel racconto non manca una dimensione emotiva, ma il messaggio resta ancorato a una richiesta concreta. Non si invocano miracoli né soluzioni irrealistiche. Si chiede manutenzione ordinaria, trasparenza amministrativa e assunzione di responsabilità politica. Soprattutto, si chiede un cambio di paradigma: mettere la sicurezza prima dell’emergenza, agire prima che il maltempo trasformi fragilità note in danni annunciati.
Il riferimento al rischio idrogeologico come tema da convegni, più che da cantieri, è un’accusa che risuona ben oltre il caso del Deuda. La Calabria, terra fragile e straordinaria, con montagne che si affacciano sul mare e fiumare affascinanti quanto pericolose, non può permettersi di rincorrere le emergenze. La prevenzione, ricorda la denuncia, non è un’opzione ma una responsabilità verso chi quei luoghi li abita da generazioni.
Il maltempo, ancora una volta, ha acceso i riflettori. Resta da capire se, passata l’onda emotiva, si avrà il coraggio di affrontare le cause profonde. Perché la natura non è il nemico: lo diventa l’assenza di scelte, di programmazione e di cura del territorio.











































