PAOLA (Cs) – Il mare continua a restituire morte. Sulle coste del Tirreno cosentino, già segnate da incuria e fragilità strutturali, i ritrovamenti degli ultimi giorni si intrecciano con una tragedia più ampia e collettiva: quella delle migrazioni nel Mediterraneo. Un dramma che non conosce tregua e che, ancora una volta, chiama in causa coscienze, istituzioni e scelte politiche.
È il Comitato Liberazione Popolare (Colpo) a rompere il silenzio, partendo dai fatti. Nelle ultime settimane, eventi climatici estremi hanno colpito duramente il territorio calabrese, imponendo una riflessione urgente su danni e investimenti necessari per la messa in sicurezza delle comunità locali. Ma, mentre si contano frane, allagamenti e criticità infrastrutturali, un’altra notizia ha scosso profondamente l’opinione pubblica: quella rilanciata da Mediterranea Saving Humans, sulla base delle testimonianze raccolte da Refugees in Libia e Tunisia, che parlano di oltre mille dispersi nell’ennesimo naufragio nel Mar Mediterraneo.
Uomini, donne, bambini. Vite spezzate lontano dai riflettori, senza nomi e senza funerali. Numeri che, nella loro freddezza, rischiano di anestetizzare l’orrore. Ed è proprio contro questa assuefazione che Colpo prende posizione, ricordando come le “stragi di Stato” nel Mediterraneo non appartengano al passato. Il riferimento è inevitabile alla tragedia di Steccato di Cutro, del 26 febbraio 2023, quando il naufragio costò la vita ad almeno 94 persone, di cui 34 bambini: un evento che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta e che invece non ha impedito il ripetersi delle morti in mare.
Il ritrovamento di un corpo sulla spiaggia di Paola si inserisce in questo contesto drammatico. Non è un episodio isolato: negli ultimi dieci giorni sono cinque i corpi rinvenuti lungo le coste calabresi. Un dato che pesa come un macigno e che rende sempre più difficile voltarsi dall’altra parte. Il mare che restituisce cadaveri diventa così lo specchio di una responsabilità collettiva, di una politica che, secondo Colpo, continua a produrre effetti concreti e devastanti sulle persone.
Da qui la scelta simbolica ma carica di significato: la deposizione di una corona di fiori nel luogo del ritrovamento. Un gesto per restituire dignità a chi è stato privato perfino del nome e per ribadire che salvare vite deve essere la priorità assoluta. “Dare voce a chi sta ai margini” non è, nelle parole del Comitato, uno slogan, ma un impegno politico e civile che chiama in causa l’intera comunità.
Il comunicato si fa così atto di accusa contro il silenzio e l’inerzia, denunciando politiche migratorie definite “disumane e assassine”. Un linguaggio duro, che riflette l’esasperazione di fronte a una sequenza di tragedie che non accenna a interrompersi. In una città che ogni anno commemora i morti in mare, sottolinea Colpo, non è più sufficiente il rito della memoria: occorre pretendere verità e responsabilità, affinché il Mediterraneo smetta di essere una fossa comune.
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