Home Cronache Belvedere Marittimo, aggressione al buttafuori: nessun risarcimento per ingiusta detenzione

Belvedere Marittimo, aggressione al buttafuori: nessun risarcimento per ingiusta detenzione

La Cassazione boccia il ricorso di Pierfrancesco Maccari di un risarcimento dallo Stato per ingiusta detenzione. Il 37enne cetrarese era stato assolto

La Corte di Cassazione

CETRARO (Cs) –  Una serata nata male, tra i fumi di una discussione per un conto non pagato, e finita nel sangue, con un addetto alla sicurezza selvaggiamente picchiato e poi attinto da un colpo di pistola. È questo il violento scenario di fondo su cui si è innestata la sentenza della Corte di Cassazione, che ha posto definitivamente la parola fine sulla vicenda giudiziaria di Pierfrancesco Maccari, 37enne di Cetraro.

Con la sentenza n. 5068/2026, gli ermellini della Quarta Sezione penale hanno chiuso ogni speranza per l’uomo di ottenere un indennizzo dallo Stato. La Suprema Corte ha confermata la decisione della Corte d’Appello di Catanzaro che, nel giugno scorso,  aveva già negato a Maccari  l’equa riparazione per i 210 giorni trascorsi in custodia cautelare (tra carcere e domiciliari) tra il 2022 e il 2023.

I fatti risalgono al giugno 2021 quando in un locale di Belvedere Marittimo, Maccari finì in manette con accuse pesantissime: estorsione e lesioni personali aggravate dal metodo mafioso. Al centro dell’indagine, l’aggressione ai danni di un buttafuori “colpevole” di aver chiesto il pagamento delle consumazioni a un gruppo di giovani cetraresi, tra i quali figurava anche Luca Occhiuzzi, ritenuto vicino al clan Muto di Cetraro.

Secondo le ricostruzioni, l’escalation fu rapida e brutale. Davanti alla richiesta di denaro, scattò l’intimidazione: «Lavori grazie a noi», si sentì dire la vittima. Un’espressione che per i magistrati non era solo un insulto, ma la rivendicazione di un potere territoriale, un preteso diritto all’impunità. Da lì si passò alle mani e, infine, al colpo di arma da fuoco che ferì il buttafuori. Per gli inquirenti a sparare sarebbe stato Luca Occhiuzzi,

Nel processo penale, Maccari ne è uscito con un’assoluzione. Il giudice aveva stabilito che non vi fosse prova della sua partecipazione attiva al pestaggio: la vittima stessa non era riuscita a indicarlo come uno degli aggressori, descrivendolo anzi come “inerte” durante le fasi concitate della violenza.

La Corte d’Appello di Catanzaro, tesi ora blindata dalla Cassazione, nella sentenza ha evidenziato come Maccari avesse tenuto una condotta «gravemente imprudente». Pur non avendo alzato le mani, l’uomo godeva di un carisma tale all’interno del gruppo da essere il destinatario delle “scuse” pretese dal complice verso la vittima. In quel contesto, scrivono i giudici, Maccari avrebbe potuto (e dovuto) intervenire per placare gli animi o dissociarsi dall’uso della pistola.

La difesa ha tentato di scardinare questa impostazione, parlando di una sorta di “punizione” per la sola presenza sul luogo del delitto. Ma per la Suprema Corte il ragionamento dei giudici di Appello non fa una piega: chi assiste consapevolmente a un’aggressione brutale senza muovere un dito, pur avendo un’autorità riconosciuta sul gruppo, commette un’omissione che “rafforza” l’azione dei violenti. Il ricorso, pertanto, è stato rigettato con tanto di condanna al pagamento delle spese processuali a carico del ricorrente.

fiorellasquillaro@calabriainchieste.it