ROMA – Alla vigilia di una delicata fase referendaria sulla giustizia, il Presidente della Repubblica compie una mossa senza precedenti e carica di significato istituzionale. La decisione di presiedere, a sorpresa, una seduta ordinaria del Consiglio superiore della magistratura non è solo un gesto formale, ma un messaggio chiaro: nel confronto politico e istituzionale i toni vanno riportati entro i confini del rispetto reciproco e della leale collaborazione prevista dalla Costituzione.
Per la prima volta in undici anni di mandato, Sergio Mattarella ha preso posto alla guida del plenum del Consiglio Superiore della Magistratura in una seduta ordinaria. Una scelta non consueta, che lo stesso Capo dello Stato ha voluto spiegare con parole misurate ma ferme: la necessità di ribadire “il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm” e, soprattutto, il rispetto che tutte le altre istituzioni sono chiamate a manifestare nei confronti dell’organo di autogoverno della magistratura.
Il contesto rende il gesto particolarmente eloquente. Nei giorni precedenti, il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva definito “para-mafiosi” alcuni metodi decisionali del Csm, parole che hanno alimentato uno scontro istituzionale acceso e polarizzato. Senza mai citarlo esplicitamente, Mattarella ha di fatto preso le distanze da quelle affermazioni, ricordando che il confronto, anche aspro, non può mai degenerare in delegittimazione.
Nel suo breve intervento – meno di un minuto e mezzo – il Presidente ha richiamato un principio tanto semplice quanto essenziale: il rispetto vicendevole “in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica”. Un richiamo che vale per tutti i poteri dello Stato. Mattarella non ha infatti nascosto che il Csm, come ogni istituzione, non è immune da “difetti, lacune ed errori” e che le critiche sono legittime. Ma ha tracciato una linea netta tra la critica costruttiva e l’attacco che rischia di minare la credibilità delle istituzioni.
La scelta del momento non appare casuale. Il dibattito referendario sulla giustizia, destinato a culminare nel voto del 22 e 23 marzo, sta progressivamente alzando i toni. In questo clima si inseriscono anche le polemiche legate alle dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che aveva evocato l’interesse al voto di ambienti criminali e di potere deviato. Un intreccio di prese di posizione che ha trasformato il Csm in un campo di tensione politica, snaturandone la funzione originaria.
Dal punto di vista istituzionale, anche il cerimoniale racconta la straordinarietà dell’evento. L’annuncio della presenza del Capo dello Stato è arrivato solo nella tarda serata precedente, costringendo il Consiglio a un’organizzazione rapida. Mattarella è giunto a Palazzo Bachelet pochi minuti prima dell’inizio dei lavori, ha presieduto la discussione di una pratica tecnica – un progetto di formazione giudiziaria finanziato dall’Unione europea – approvata all’unanimità, e poi ha lasciato la sede, dopo aver sospeso la seduta.
Sul piano politico, la risposta del Guardasigilli non si è fatta attendere. Nordio ha espresso apprezzamento per le parole del Presidente, assicurando che il ministero farà la propria parte per mantenere il confronto referendario “nei limiti di una contrapposizione sana, pacata e rispettosa”. Una dichiarazione che, almeno nelle intenzioni, sembra raccogliere l’invito del Colle a raffreddare i toni.
Il gesto di Mattarella, sobrio e al tempo stesso incisivo, richiama una lezione antica della nostra tradizione costituzionale: le riforme e le consultazioni popolari si affrontano con il confronto delle idee, non con lo scontro tra istituzioni. Alla vigilia del referendum, il segnale del Quirinale invita tutti gli attori in campo a ricordare che la credibilità dello Stato passa anche – e soprattutto – dal linguaggio e dal rispetto delle forme. Un richiamo al passato che guarda al futuro, perché senza istituzioni forti e rispettate non può esserci una democrazia davvero matura.









































