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Cetraro, processo a Franco Pinto: chiesti 8 anni e 8 mesi per usura

Rito abbreviato a Catanzaro per Franco Pinto, accusato di usura ai danni del testimone di giustizia Francesco Occhiuzzi. Rito ordinario per la moglie

Il Tribunale di Catanzaro

CATANZARO – Un’aula di Tribunale, ancora una volta, diventa il luogo in cui si misura il rapporto tra legalità e territorio. A Catanzaro si è consumato un passaggio cruciale del processo che vede imputato il cetrarese Franco Pinto, accusato di usura nei confronti del testimone di giustizia Francesco Occhiuzzi, presentatore televisivo, difeso dall’avvocato Sabrina Mannarino del foro di Paola. Un procedimento che, per i reati contestati e per il profilo della persona offesa, continua a richiamare l’attenzione non solo degli operatori del diritto, ma dell’intera comunità calabrese.

L’udienza celebrata nel capoluogo regionale ha riguardato la posizione di Pinto, che ha scelto di essere giudicato con rito abbreviato. Una scelta processuale che comporta, in caso di condanna, la riduzione di un terzo della pena, ma che al tempo stesso cristallizza il giudizio sulla base degli atti raccolti dall’accusa.

Al termine della discussione, il pubblico ministero ha formulato una richiesta severa: otto anni e otto mesi di reclusione, oltre a una multa di 15 mila euro. Una requisitoria che riflette la gravità del quadro accusatorio e il peso attribuito alle condotte contestate, maturate – secondo l’impianto della Procura – in un arco temporale lungo e segnato da pressioni, minacce e violenze.

Diversa la scelta processuale della moglie di Pinto, Cinzia Maritato, difesa dagli avvocati Giuseppe Bruno e Rossana Cribari, che ha optato per il rito ordinario. La sua posizione sarà esaminata separatamente: l’udienza è stata fissata per il 2 marzo prossimo a Paola, davanti al collegio penale. Una biforcazione del procedimento che riflette strategie difensive differenti e che scandirà tempi e modalità diverse di accertamento della responsabilità.

Il procedimento affonda le radici in un’inchiesta complessa, che negli atti descrive un sistema di usura aggravato dal metodo mafioso, con richiami espliciti all’articolo 416-bis.1 del codice penale. Secondo la ricostruzione della Procura, la persona offesa – il presentatore televisivo cetrarese Francesco Occhiuzzi, riconosciuto come testimone di giustizia – sarebbe stata sottoposta per anni a un regime di interessi fuori mercato, accompagnato da minacce e violenze finalizzate a garantire il pagamento delle somme pretese.

Tra gli episodi ritenuti più rilevanti figurano le minacce del novembre 2024 e un presunto tentativo di strangolamento avvenuto a fine dicembre dello stesso anno, collegato alla richiesta di 19 mila euro. Elementi che, nell’impianto accusatorio, rafforzano l’ipotesi di una condotta sistematica e intimidatoria.

Un ulteriore tassello dell’accusa è rappresentato dal sequestro di un consistente numero di armi bianche: coltelli, machete, katane, tirapugni e altro materiale ritenuto idoneo a rafforzare la capacità intimidatoria degli imputati. La detenzione abusiva di queste armi è stata valorizzata come indice di pericolosità e come elemento di contesto utile a comprendere il clima in cui si sarebbero consumati i fatti.

La costituzione di parte civile di Occhiuzzi, difeso dall’avvocato Sabrina Mannarino, assume un valore che va oltre il singolo processo. Per il Foro di Paola si tratta del secondo testimone di giustizia riconosciuto, dopo il caso di Enzo Aprile. Un dato che segnala, pur tra molte difficoltà, un cambiamento culturale: la scelta di denunciare e affidarsi allo Stato come risposta alla pressione criminale.

La richiesta di condanna avanzata a Catanzaro rappresenta un primo snodo decisivo, ma non l’ultimo. Il procedimento proseguirà su binari paralleli, con il giudizio ordinario fissato a Paola e l’attesa della decisione sul rito abbreviato. Al di là degli esiti processuali, resta il significato civile di una vicenda che interroga il territorio: la giustizia non è solo una risposta penale, ma un banco di prova per la fiducia collettiva nelle istituzioni e nella possibilità di spezzare, finalmente, il silenzio.