CATANZARO – Sette richieste di condanna, un’assoluzione e la prescrizione per altri imputati: è questo l’esito della requisitoria del pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia nel processo, celebrato con rito abbreviato, scaturito dall’inchiesta Clean Money contro la ’ndrangheta del Catanzarese. Un passaggio giudiziario rilevante che riporta al centro dell’attenzione l’operatività dei clan locali, la loro capacità di proiezione fuori regione e il lavoro investigativo messo in campo per contrastare i flussi illeciti.
L’operazione Clean Money scattò all’alba del 27 febbraio 2025. A eseguirla furono i Carabinieri, su coordinamento della Direzione distrettuale antimafia, guidata dal procuratore Salvatore Curcio. Nel mirino finì il clan dei Gaglianesi, gruppo ritenuto storicamente radicato nel territorio della provincia di Catanzaro, ma capace di estendere i propri interessi criminali al Nord Italia e oltre i confini nazionali.
L’inchiesta portò all’arresto di 22 persone e alla contestazione di accuse a carico di 54 imputati complessivi. Un numero che restituisce la dimensione del procedimento e la complessità del quadro accusatorio, costruito attorno a ipotesi di associazione mafiosa e a una rete di attività economiche ritenute funzionali al riciclaggio e al reinvestimento dei proventi illeciti.
All’interno del procedimento, le posizioni degli imputati si sono presto differenziate sul piano processuale. Trentanove hanno scelto di affrontare il giudizio con il rito ordinario, che prevede l’istruttoria dibattimentale completa. Quindici, invece, hanno optato per il rito abbreviato, una scelta che consente, in caso di condanna, la riduzione della pena, ma che si fonda sulla valutazione degli atti raccolti nella fase delle indagini preliminari.
È proprio nel filone del rito abbreviato che si collocano le richieste avanzate dal pubblico ministero. Nel dettaglio, il pm ha sollecitato sette condanne, ritenendo sufficientemente provato il coinvolgimento degli imputati nei fatti contestati. Per un imputato, è stata invece richiesta l’assoluzione, a dimostrazione di come l’impianto accusatorio venga sottoposto a una verifica puntuale e differenziata caso per caso.
Per altri sette imputati il pm ha chiesto la dichiarazione di prescrizione. Un esito che, pur non entrando nel merito della responsabilità penale, chiude comunque la partita giudiziaria per il decorso dei termini previsti dalla legge. Un elemento che, come spesso accade nei procedimenti complessi e di lunga durata, alimenta il dibattito sull’equilibrio tra tempi della giustizia e accertamento della verità.
Ora la parola passa al giudice, chiamato a valutare le richieste della pubblica accusa e a pronunciarsi sulle singole posizioni. Parallelamente, prosegue il percorso del rito ordinario, destinato a svilupparsi in tempi più lunghi e con un confronto pieno tra accusa e difesa.









































