RENDE (CS) – Discutere di carcere in un’aula universitaria non è un esercizio astratto, ma un investimento culturale. È da questa consapevolezza che nasce il convegno “Costituzione e detenzione: la funzione della pena nel sistema penitenziario moderno”, ospitato presso l’Aula Tommaso Sorrentino della Università della Calabria. Un momento di confronto aperto e partecipato che ha riunito studiosi, istituzioni, operatori del diritto e studenti attorno a uno dei nodi più sensibili del nostro ordinamento: il senso della pena in uno Stato costituzionale.

L’evento è stato promosso da Antonio De Marco, Gaetano Ragusa, Rosita Pizzi, Ciro Antonio Borrelli e Alessandro Leo, esponenti dei Rotaract Club di Cosenza, Amantea, Trebisacce Alto Jonio Cosentino, Acri e Unical. Una rete di giovani che ha scelto di portare al centro del dibattito pubblico temi spesso confinati a spazi specialistici, riaffermando il ruolo del Rotaract come laboratorio civico capace di intercettare le grandi questioni sociali del presente.

Il filo conduttore dei lavori è stato l’Articolo 27 della Costituzione, che afferma un principio tanto chiaro quanto impegnativo: le pene non possono essere disumane e devono tendere alla rieducazione del condannato. Un dettato che impone di bilanciare la sicurezza collettiva con la tutela della dignità della persona, evitando che la detenzione scivoli in una logica puramente afflittiva.

Ad aprire il convegno sono stati i saluti del Consigliere regionale Angelo Brutto e del Magnifico Rettore Gianluigi Greco. Entrambi hanno sottolineato l’importanza dell’università come luogo di elaborazione critica, in cui il diritto non è solo materia di studio ma strumento vivo di comprensione della realtà.

Il cuore dell’incontro è stato affidato alle relazioni del professor Mario Caterini, della dottoressa Lucia Castellano e dell’avvocato Federico Ferraro. Interventi diversi per impostazione, ma convergenti nella diagnosi: il sistema penitenziario italiano vive criticità strutturali che non possono più essere eluse.

Il professor Caterini ha ripercorso l’evoluzione storica della pena, invitando a superare l’idea del carcere come “vendetta di Stato”. Una riflessione che richiama la necessità di leggere la detenzione come strumento di responsabilizzazione e non di esclusione definitiva. La dottoressa Castellano ha portato l’attenzione sull’organizzazione penitenziaria, evidenziando il peso del sovraffollamento e la difficoltà di rendere effettive le finalità rieducative in contesti emergenziali.

Particolarmente incisivo l’intervento dell’avvocato Ferraro, già Garante dei detenuti del Comune di Crotone, che ha offerto uno spaccato diretto sulla quotidianità degli istituti penitenziari calabresi. Racconti asciutti, privi di retorica, ma capaci di restituire la distanza tra i principi costituzionali e la loro concreta attuazione. Dal sovraffollamento alla carenza di percorsi lavorativi, emerge una realtà in cui la recidiva resta un rischio elevato proprio per l’assenza di opportunità di reinserimento.

Nel dibattito è emersa con forza la responsabilità delle nuove generazioni. I rappresentanti dei Rotaract Club hanno ribadito che parlare di carcere significa parlare di società, di sicurezza e di futuro. Sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi non è un esercizio ideologico, ma un contributo concreto alla qualità della democrazia.

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