CETRARO (CS) – La Corte di Cassazione chiude la vicenda giudiziaria del cetrarese Marcello Ricco con il rigetto del ricorso, perché inammissibile, presentato dall’imputato contro la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro del 22 maggio 2025.
Marcello Ricco, originario di Cetraro (CS), classe 1978, è stato coinvolto in diverse operazioni antimafia contro il clan Muto. Nel 2020, Ricco è stato condannato dalla Corte d’Appello di Catanzaro per associazione a delinquere finalizzata al furto pluriaggravato e continuato. Sentenza confermata nel febbraio 2025 dalla Cassazione. A settembre 2025, Marcello Ricco è stato indicato tra le persone coinvolte in un’operazione antimafia della DDA di Catanzaro contro una presunta rete criminale a Cetraro, risultando tra i destinatari di misure cautelari. Nel 2026 risulta coinvolto in ulteriori indagini su rapine e attività estorsive legate a gruppi locali operanti sul Tirreno cosentino.
La Corte d’appello di Catanzaro aveva già confermato a Marcello Ricco la condanna a tre mesi di arresto per violazione dell’articolo 75, comma 1, del decreto legislativo 159 del 2011 (codice Antimafia). Secondo quanto ricostruito nei precedenti gradi di giudizio, Ricco era stato sorpreso alla guida dell’auto in una fascia oraria a lui non consentita. Una violazione che i giudici di merito avevano ritenuto provata sulla base degli elementi raccolti. La difesa, però, aveva deciso di giocarsi l’ultima carta davanti alla Cassazione.
Due i principali motivi di doglianza. Con il primo, la difesa aveva contestato la motivazione della sentenza d’appello, sostenendo che gli elementi di fatto non fossero sufficienti a dimostrare che fosse proprio Marcello Ricco alla guida del veicolo nell’orario vietato. La motivazione sarebbe stata “apparente” e avrebbe dovuto essere riconosciuta la particolare tenuità del fatto, prevista dall’articolo 131 bis del codice penale.
Con il secondo motivo, la difesa lamentava che non fosse stato attivato il meccanismo delle pene sostitutive previsto dall’articolo 545 bis del codice di procedura penale, in relazione al decreto legislativo 150 del 2022.
Le censure sono state entrambe respinte dalla Cassazione. Sul primo punto, i giudici hanno spiegato che il ricorso riproponeva questioni già esaminate e respinte in appello, senza confrontarsi davvero con le argomentazioni della sentenza impugnata. In sostanza, si chiedeva alla Cassazione una nuova valutazione dei fatti e delle prove, operazione che non rientra nei poteri del giudice di legittimità.
Quanto alle pene sostitutive, la Corte ha ricordato che il giudice d’appello è tenuto a pronunciarsi sulla loro applicazione solo se vi è una richiesta esplicita dell’imputato, da presentare al più tardi durante l’udienza di discussione. Nel caso di Ricco, tale richiesta non risulta essere stata avanzata, quindi il ricorso per la Suprema corte è inammissibile.
Oltre alla conferma della condanna a tre mesi di arresto, la Cassazione ha disposto per Ricco la condanna al pagamento delle spese processuali e di 3.000 euro in favore della Cassa delle ammende.
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