Nitto Santapaola

MILANO – La morte di Nitto Santapaola segna la fine di una delle stagioni più oscure e violente della storia criminale italiana.

Lo storico capo di Cosa nostra catanese è deceduto all’età di 87 anni all’ospedale San Paolo di Milano, dove era stato ricoverato il 25 febbraio scorso. Detenuto dal 1993 e sottoposto da anni al regime del 41 bis, Santapaola è morto in carcere, lontano da quella Sicilia che aveva segnato con una lunga scia di sangue e potere. La Procura di Milano ha disposto l’autopsia, atto dovuto per accertare le cause del decesso.

Il nome di Santapaola è indissolubilmente legato alla trasformazione della mafia etnea da fenomeno territoriale a vera e propria impresa criminale. Arrestato dopo undici anni di latitanza in un casolare di Mazzarrone, nell’hinterland di Catania, fu trovato mentre dormiva accanto alla moglie. Non oppose resistenza. Un dettaglio che, nella sua apparente banalità, racconta molto della parabola di un uomo che per oltre un decennio era riuscito a sfuggire alla cattura, protetto da una rete di complicità e silenzi.

Le sentenze che lo hanno colpito sono tra le più gravi della storia giudiziaria italiana. Santapaola è stato condannato come mandante di numerosi omicidi e stragi. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia lo hanno indicato come responsabile dell’assassinio del giornalista Pippo Fava, simbolo di un’informazione libera e coraggiosa, ucciso per aver raccontato senza sconti i rapporti tra mafia, imprenditoria e politica a Catania. Il suo nome compare anche tra i mandanti della strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta. Una ferita ancora aperta nella coscienza collettiva del Paese.

All’interno di Cosa nostra Santapaola era conosciuto come “il cacciatore”, soprannome che ben sintetizza il suo stile: spietato, metodico, capace di colpire senza esitazioni. Ma il suo vero lascito non è soltanto nella violenza esercitata. Sotto la sua guida, la mafia catanese si è strutturata come una holding criminale, con interessi che andavano ben oltre il traffico di droga e le estorsioni. Infiltrazioni nell’economia legale, controllo degli appalti, rapporti opachi con settori della politica e dell’imprenditoria hanno rappresentato il cuore del suo potere.

Il regime del 41 bis, applicato per interrompere ogni contatto con l’organizzazione criminale, ha segnato gli ultimi anni della sua vita. Una misura che lo Stato ha adottato come risposta ferma e necessaria a un sistema mafioso capace di rigenerarsi anche dietro le sbarre. La detenzione dura e prolungata di Santapaola è stata letta, nel tempo, come il simbolo di una battaglia istituzionale che non ammette compromessi.

Eppure, la sua morte non coincide automaticamente con la fine della sua influenza. L’eredità criminale del clan Santapaola resta oggetto di numerose inchieste. Nonostante i colpi inferti dalle operazioni giudiziarie e dalle condanne definitive, il gruppo ha continuato a esercitare a lungo un controllo significativo sul territorio etneo, adattandosi ai mutamenti economici e sociali, secondo una logica di continuità che è propria delle organizzazioni mafiose più strutturate.

La scomparsa di Nitto Santapaola chiude un capitolo, ma ne apre altri. Interroga le istituzioni sulla capacità di andare oltre la repressione, rafforzando prevenzione, controllo dei flussi economici e tutela dell’informazione libera. E ricorda che la mafia non è solo una somma di nomi e condanne, ma un sistema che sopravvive se non viene isolato culturalmente, oltre che giudiziariamente.

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