REGGIO CALABRIA – Sei imprese, attive in settori strategici come edilizia e mercato immobiliare, finiscono sotto amministrazione giudiziaria. Non è un sequestro né una confisca, ma una misura di prevenzione che interviene quando il rischio di infiltrazione mafiosa appare concreto. A disporla è stata la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, su proposta della Procura della Repubblica guidata da Giuseppe Borrelli, al termine di un’articolata attività investigativa.

Un provvedimento che si colloca nel solco della normativa antimafia e che punta non solo a reprimere, ma a bonificare e restituire all’economia legale realtà imprenditoriali ritenute esposte all’influenza della criminalità organizzata.

La misura riguarda sei società con sede in Calabria e nel Lazio, riconducibili a un imprenditore ritenuto in rapporti di “contiguità” con ambienti della criminalità organizzata locale.

Le aziende operano in un comparto considerato nevralgico per l’economia territoriale: edilizia e intermediazione immobiliare, con un valore complessivo stimato superiore ai 10 milioni di euro. Settori che, storicamente, rappresentano un terreno privilegiato per il riciclaggio e l’infiltrazione mafiosa, grazie alla circolazione di ingenti capitali e alla possibilità di influenzare il mercato.

L’indagine patrimoniale, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, si è avvalsa – come specificato nel comunicato – di dichiarazioni di collaboratori e testimoni di giustizia, nonché di conversazioni intercettate nell’ambito di precedenti attività investigative, tra cui l’operazione “Atto IV” del 2023.

Il provvedimento si fonda su un quadro che, secondo il Collegio della Sezione Misure di Prevenzione, delineerebbe un imprenditore “ben conscio delle regole mafiose e del fatto che, per poter lavorare senza avere problemi su un territorio contaminato dalla mafia, dovesse mantenere buoni rapporti con i mafiosi”.

L’imprenditore, sebbene vittima di estorsione da parte della criminalità organizzata, avrebbe goduto e si sarebbe avvalso della protezione di una cosca egemone di Reggio Calabria alla quale avrebbe offerto la sua disponibilità, con comportamenti improntati a reciproci favori, tanto che il capo del sodalizio lo avrebbe informato “delle sue attività estorsive e delle difficoltà che stava incontrando nep reperire denaro utile alla cosca e al mantenimento dei detenuti”.

Le risultanze investigative ipotizzano un rapporto di reciproco vantaggio: da un lato la protezione offerta da una cosca operante nella città di Reggio Calabria; dall’altro, la disponibilità dell’imprenditore a fornire sostegno, informazioni e, secondo l’ipotesi accusatoria, un contributo al mantenimento dei detenuti.

L’istituto dell’amministrazione giudiziaria, rappresenta uno strumento peculiare della legislazione antimafia italiana. Non mira a paralizzare l’impresa, ma a sottrarla al condizionamento mafioso attraverso un’attività di vigilanza preventiva.

Un amministratore giudiziario nominato dal Tribunale affianca o sostituisce temporaneamente gli organi societari, con l’obiettivo di ripristinare condizioni di legalità e trasparenza gestionale. La ratio è chiara: evitare che aziende economicamente sane vengano travolte o strumentalizzate dalla criminalità organizzata, salvaguardando al contempo posti di lavoro e tessuto produttivo.

Il Tribunale ha ritenuto sussistente un “pericolo di infiltrazione mafiosa” tale da giustificare l’intervento, avviando un percorso di bonifica e reinserimento delle società nell’alveo dell’economia legale. Si tratta di un equilibrio delicato, come sottolineato nel comunicato: da una parte la libertà d’impresa, valore costituzionalmente garantito; dall’altra la necessità di proteggere il mercato da condizionamenti illeciti e da economie criminali strutturate.

Il provvedimento assume un significato che va oltre il singolo caso. In territori dove la presenza della criminalità organizzata ha storicamente inciso sulle dinamiche economiche, l’amministrazione giudiziaria si configura come uno strumento di difesa preventiva del mercato. Non è un’operazione simbolica: intervenire su imprese attive e operative significa incidere su filiere, appalti, investimenti, occupazione. Significa anche inviare un messaggio chiaro agli operatori economici: la zona grigia della contiguità non è neutra e può determinare conseguenze rilevanti sul piano patrimoniale e gestionale.
Allo stesso tempo, la misura punta a evitare che l’intervento giudiziario produca desertificazione economica. La finalità dichiarata è la “bonifica” e il recupero delle aziende, non la loro chiusura.