Nel cuore di uno dei settori simbolo dell’agroalimentare italiano si è sviluppata un’operazione di controllo su scala nazionale che punta a difendere la qualità e la credibilità del vino italiano. Si chiama “Vinum Mentitum” letteralmente “vino ingannevole” – l’operazione condotta grazie alla collaborazione istituzionale tra l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF) e il Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza.

L’attività investigativa, avviata nel corso del 2024, ha messo sotto la lente una parte delicata della filiera vitivinicola nazionale, individuando anomalie e comportamenti irregolari legati alla certificazione e alla commercializzazione di vini a denominazione di origine. Il bilancio dei controlli parla chiaro: circa 2,5 milioni di litri di vino falsamente dichiarati DOP o IGP sequestrati, per un valore complessivo superiore ai 4 milioni di euro.

Le regioni coinvolte: Sicilia, Piemonte, Marche, Valle d’Aosta, Abruzzo, Toscana, Campania, Puglia, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Sardegna, Molise, Calabria, Lazio, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Basilicata, Umbria

I controlli nel cuore della filiera del vino

L’operazione è nata da un’attenta attività di analisi dei dati e delle informazioni a disposizione delle due amministrazioni coinvolte. Il settore vitivinicolo, infatti, rappresenta uno dei pilastri dell’economia agroalimentare italiana e riveste un ruolo strategico anche sul piano internazionale. L’Italia continua a occupare una posizione di leadership negli scambi mondiali di vino, con un export che contribuisce in modo significativo alla bilancia commerciale del comparto agroalimentare. Proprio questa centralità economica e simbolica rende il settore particolarmente esposto al rischio di pratiche fraudolente. L’attività investigativa ha quindi preso di mira alcune delle possibili criticità della filiera, concentrandosi su fenomeni come la falsa rivendicazione di denominazioni DOP e IGP, l’utilizzo di uve o mosti non conformi ai disciplinari di produzione e la provenienza delle materie prime da areali diversi da quelli certificati. L’obiettivo principale è duplice: da un lato tutelare i produttori onesti che rispettano le regole, dall’altro garantire ai consumatori un’informazione corretta sulla qualità e l’origine del prodotto acquistato.

Analisi del rischio e controlli mirati

Alla base dell’operazione vi è stata una complessa attività di analisi del rischio, sviluppata congiuntamente dall’ICQRF centrale e dal Gruppo Anticontraffazione e Sicurezza Prodotti del Nucleo Speciale Beni e Servizi della Guardia di Finanza. L’indagine ha preso in considerazione diversi fattori che negli ultimi anni hanno influenzato la filiera vitivinicola. Tra questi, gli eventi climatici avversi, la carenza di manodopera, l’aumento dei costi legato all’inflazione e la diffusione di fitopatie che hanno inciso sulla produzione. Elementi che, in alcuni casi, possono generare squilibri tra domanda e disponibilità di prodotto, favorendo tentativi di aggirare i disciplinari o di alterare i dati di produzione. Sulla base di queste valutazioni sono stati individuati specifici operatori e fasi della filiera – dalla raccolta delle uve fino all’imbottigliamento – da sottoporre a verifiche mirate. I controlli sono stati eseguiti su tutto il territorio nazionale dai reparti territoriali della Guardia di Finanza e dagli uffici e laboratori dell’ICQRF.

Sequestri, violazioni e controlli fiscali

L’operazione ha portato a risultati significativi. Oltre al sequestro dei 2,5 milioni di litri di vino falsamente certificati, sono stati segnalati 24 soggetti alle autorità amministrative competenti. Nel corso delle verifiche sono emerse numerose incongruenze tra le giacenze fisiche di prodotto e le rimanenze contabili registrate nel sistema informatico agricolo nazionale (SIAN), il registro dematerializzato utilizzato per monitorare la produzione vitivinicola. Queste irregolarità hanno portato alla contestazione di 59 violazioni amministrative, con un gettito minimo stimato per l’erario di circa 410 mila euro. Sono state inoltre emesse 11 diffide per violazioni considerate sanabili. L’attività ispettiva ha avuto anche un risvolto fiscale. I controlli hanno consentito di accertare operazioni imponibili non documentate per oltre 280 mila euro, oltre all’omesso versamento dell’IVA per circa 800 mila euro. Sono emerse, inoltre, irregolarità legate al lavoro sommerso e alla normativa sulle accise relative al vino.

Difendere il valore del Made in Italy

I risultati dell’operazione “Vinum Mentitum” rappresentano un ulteriore esempio dell’importanza della collaborazione tra istituzioni nel contrasto alle frodi agroalimentari.
La tutela delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche non riguarda soltanto la difesa di un marchio commerciale, ma anche la salvaguardia di un patrimonio culturale, economico e territoriale che identifica l’Italia nel mondo. Il vino, più di molti altri prodotti, racconta la storia dei territori e delle tradizioni agricole del Paese. Per questo la sua autenticità è un elemento essenziale sia per la competitività delle imprese sia per la fiducia dei consumatori.

Una sfida continua per la qualità

L’operazione dimostra come il contrasto alle frodi nel settore agroalimentare richieda strumenti sempre più sofisticati, una cooperazione costante tra le autorità e una vigilanza attenta su tutte le fasi della filiera. In un mercato globale dove il marchio “Made in Italy” rappresenta un valore riconosciuto, la credibilità del sistema delle denominazioni resta una risorsa strategica. Difenderla significa proteggere non solo l’economia del vino, ma anche l’identità dei territori che lo producono.