La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti entra nel suo nono giorno e assume sempre più i contorni di un conflitto regionale. Attacchi missilistici, raid aerei e operazioni militari si moltiplicano tra Medio Oriente e Golfo Persico, con vittime civili e militari e un crescente coinvolgimento di Paesi vicini. Sullo sfondo si staglia il timore più grande: la sicurezza dei siti nucleari iraniani e la stabilità di uno dei quadranti geopolitici più delicati del pianeta.

Teheran sostiene di essere pronta a continuare il conflitto “per almeno altri sei mesi”. La dichiarazione, diffusa mentre i combattimenti proseguono senza sosta, segnala la volontà della leadership iraniana di non arretrare di fronte alla pressione militare esercitata da Israele e dagli Stati Uniti.

Le operazioni militari delle ultime ore hanno colpito diversi fronti. Nella notte raid congiunti statunitensi e israeliani hanno preso di mira almeno cinque impianti petroliferi nei pressi di Teheran. Le esplosioni hanno generato incendi e una nube di sostanze petrolifere che, secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, potrebbe provocare piogge acide sulla capitale. L’organizzazione umanitaria ha invitato i cittadini a restare in casa per precauzione.

Il bilancio delle vittime continua a salire. Fonti iraniane parlano di almeno sei morti nell’attacco a un sito petrolifero a Karaj e di oltre venti vittime nella città di Najafabad, colpita da un doppio raid. Secondo l’agenzia Fars, tra i morti figurano anche quattro camionisti sorpresi dagli attacchi lungo le arterie industriali della zona.
Anche Israele è stato bersaglio di missili iraniani. A Tel Aviv sei persone sono rimaste ferite da frammenti di ordigni intercettati dalla difesa aerea. Le Forze di difesa israeliane hanno dichiarato di aver respinto nella notte quattro ondate di lanci missilistici provenienti dall’Iran. Nel frattempo, sul fronte libanese, due soldati israeliani sono stati uccisi durante scontri con miliziani di Hezbollah, mentre un raid israeliano su Beirut ha provocato quattro morti e dieci feriti.

L’offensiva non si limita ai confini diretti del conflitto. Missili e droni hanno colpito anche Paesi del Golfo. In Arabia Saudita due persone sono morte dopo che un attacco iraniano ha centrato un edificio residenziale. In Bahrein tre civili sono rimasti feriti dai detriti di un missile. In Kuwait un attacco con droni ha causato un vasto incendio in una torre della capitale e la morte di due funzionari del ministero degli Interni.

Nelle stesse ore, nello Stretto di Hormuz – passaggio strategico per il commercio energetico mondiale – le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno affondato un rimorchiatore battente bandiera degli Emirati Arabi Uniti. Tre marinai risultano dispersi. Teheran ha inoltre annunciato che lo stretto è chiuso alle navi statunitensi e israeliane, una decisione che potrebbe avere ripercussioni rilevanti sui mercati energetici internazionali.

Il quadro geopolitico si complica ulteriormente con il coinvolgimento, diretto o indiretto, di altri Paesi della regione. Media israeliani hanno riferito di un presunto bombardamento emiratino su un impianto di desalinizzazione in Iran, notizia prontamente smentita da Abu Dhabi. Tuttavia gli Emirati hanno confermato di aver subito attacchi iraniani che hanno causato quattro morti nelle ultime ore.

Nel frattempo Israele prosegue la propria strategia militare. L’aviazione ha colpito l’aeroporto iraniano di Isfahan, dichiarando di aver distrutto un numero imprecisato di jet da combattimento F-14. Secondo alcune fonti, negli attacchi congiunti statunitensi e israeliani nella zona sarebbero morte almeno undici persone.

Sul piano politico la tensione resta altissima. L’esercito israeliano ritiene che il conflitto possa protrarsi a lungo. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha avvertito che il Paese deve prepararsi a una guerra prolungata, ricordando che Israele vive da anni in stato di emergenza.

Nel frattempo, secondo fonti iraniane, sarebbe stato raggiunto un accordo interno sul futuro successore della Guida Suprema Ali Khamenei. La scelta, riferiscono ambienti vicini al regime, sarebbe stata orientata dal desiderio di individuare una figura capace di resistere alla pressione internazionale. Israele, tuttavia, ha dichiarato che continuerà a perseguire chiunque venga designato per quel ruolo.

Sul fronte diplomatico cresce la preoccupazione per la sicurezza dei programmi nucleari iraniani. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha avuto un colloquio con Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Entrambi hanno sottolineato la necessità di garantire all’Aiea accesso ai siti iraniani e di mantenere aperta la via del negoziato.

Negli Stati Uniti, l’amministrazione guidata da Donald Trump starebbe valutando scenari per mettere in sicurezza l’uranio arricchito presente in Iran. Tra le ipotesi discusse vi sarebbe l’impiego di forze speciali per proteggere il materiale nucleare insieme a scienziati e tecnici internazionali.

Intanto il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha lanciato un messaggio diretto alla popolazione iraniana, invitandola a liberarsi “dal giogo della tirannia”. Un appello politico che si inserisce nella strategia comunicativa con cui Israele tenta di distinguere tra il regime di Teheran e la società iraniana.

Il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti sembra dunque entrare in una fase sempre più complessa, con effetti che travalicano i confini dei singoli Paesi coinvolti. Dallo Stretto di Hormuz al Libano, dal Golfo Persico alle capitali occidentali, la crisi ridisegna equilibri geopolitici e riaccende timori legati alla sicurezza nucleare.