Home Cronache Usura ed estorsione ai danni di Occhiuzzi: interviene la Cassazione

Usura ed estorsione ai danni di Occhiuzzi: interviene la Cassazione

Il giudice di legittimità riqualifica il ricorso della difesa come appello cautelare. La parola passa ora al Tribunale di Catanzaro

La Corte di Cassazione

CETRARO (Cs) – Non si ferma la battaglia legale di Cinzia Maritato, la sessantatreenne di Cetraro, coinvolta in una delicata inchiesta per presunti episodi di usura ed estorsione ai danni dell’imprenditore Francesco Occhiuzzi. I giudici della seconda sezione penale della Corte di Cassazione si sono pronunciati su un ricorso presentato dalla difesa della donna.

Al centro del contendere non c’è solo la gravità dei reati contestati, ma un elemento che cambia radicalmente il peso specifico dell’accusa: l’aggravante del metodo mafioso.

L’ombra del metodo mafioso

Tutto nasce da un’ordinanza emessa dal Gip del Tribunale di Catanzaro il 26 settembre 2025. In quel provvedimento, il giudice aveva integrato la misura della custodia cautelare in carcere, già attiva per Maritato, aggiungendo il pesante carico dell’articolo 416-bis.1 del codice penale.

Secondo l’accusa, la donna si sarebbe “avvalsa del metodo mafioso” per portare a compimento le condotte illecite.

Una tesi che la difesa ha cercato di smontare con un ricorso immediato, sostenendo che “le modalità descritte dal giudice per ritenere l’aggravante mafiosa sono quelle tipiche dei delitti di estorsione e di usura”. Secondo i legali della ricorrente, non ci sarebbe stata quella “maggiore pervicacia” necessaria per giustificare l’aggravante speciale. La difesa, inoltre, ha messo anche in dubbio l’attendibilità delle dichiarazioni della vittima, affermando che il giudice avrebbe dato un “aprioristico credito a quanto riportato nel verbale di sommarie informazioni testimoniali rilasciate da Occhiuzzi”.

La decisione della Suprema Corte

Nonostante le argomentazioni della difesa, che ha evidenziato presunte discrepanze tra i verbali scritti e le “fonoregistrazioni delle stesse dichiarazioni la Cassazione, durante l’udienza del 3 febbraio scorso, ha stabilito che il ricorso diretto ai giudici di legittimità (il cosiddetto “per saltum”) non era la strada corretta da seguire.

La Suprema Corte ha, infatti, chiarito che tale procedura è ammessa solo contro le ordinanze che dispongono per la prima volta una misura restrittiva. Nel caso di Cinzia Maritato, si trattava invece di un’integrazione a una misura “già portata a esecuzione, senza che vi sia alcun mutamento dello stato cautelare”.

Di conseguenza, la Cassazione ha deciso che “il ricorso va convertito in appello”. Gli atti, quindi, sono stati trasmessi al Tribunale di Catanzaro, che dovrà ora valutare nel merito i rilievi della difesa in sede di appello cautelare.

Resta dunque in piedi il dibattito sulla reale natura delle pressioni subite dall’imprenditore di Cetraro e sulla sussistenza di quel clima di intimidazione che caratterizza le contestazioni di stampo mafioso. Si ricorda che, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza, ogni persona sottoposta a indagine o imputata non può essere considerata colpevole fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

fiorellasquillaro@calabriainchieste.it