Un allevamento di bovini

CROTONE – Un presunto sistema costruito intorno alla gestione della filiera delle carni, tra certificazioni sanitarie alterate, controlli mancati e dati inseriti in modo irregolare nei registri informatici ufficiali. È il quadro delineato dalla Procura della Repubblica di Crotone nel processo scaturito dall’operazione “Fox”, che nel dicembre 2020 portò alla luce una complessa indagine sulla tracciabilità del bestiame e sulla sicurezza alimentare.

Nel corso dell’ultima udienza, la pubblico ministero Rosaria Multari ha formulato richieste di condanna nei confronti di 22 imputati, tra veterinari, allevatori e operatori del settore. Le accuse, a vario titolo, spaziano dall’accesso abusivo a sistema informatico alla falsità ideologica commessa da pubblici ufficiali in atti pubblici, fino alla ricettazione, all’abuso d’ufficio, all’omissione di atti d’ufficio e alla contraffazione e commercializzazione di sostanze alimentari potenzialmente nocive.

L’indagine affonda le radici nel 2019, quando alla Procura di Crotone arrivò una segnalazione interna proveniente dal Servizio veterinario dell’Azienda sanitaria provinciale. Da quella comunicazione prese avvio un’attività investigativa che si concentrò sulla gestione della filiera delle carni bovine e suine nel territorio crotonese e nelle aree limitrofe.

Gli accertamenti si estesero complessivamente a quindici allevamenti di bestiame: dodici in provincia di Crotone, due in quella di Cosenza e uno nel Reggino. Secondo l’impostazione accusatoria, nel tempo si sarebbe consolidato un sistema di irregolarità volto a facilitare la macellazione e la commercializzazione di animali privi delle necessarie certificazioni sanitarie.

Secondo la Procura, alcuni veterinari avrebbero omesso controlli o attestato verifiche mai realmente effettuate per favorire alcuni allevatori. Tra le contestazioni figurano, ad esempio, certificazioni relative alla profilassi anti-tubercolosi su capi bovini che, secondo l’accusa, non sarebbero mai state eseguite. Un altro punto centrale dell’inchiesta riguarda l’alterazione dei prelievi di sangue su capi suini. Secondo gli investigatori, questi esami sarebbero stati manipolati per consentire la macellazione di animali che altrimenti non avrebbero potuto essere immessi nella filiera alimentare.

Tra gli episodi contestati emerge anche l’intermediazione nel traffico illecito di marche auricolari, i dispositivi identificativi applicati agli animali per garantirne la tracciabilità. In diversi casi, secondo l’accusa, tali marche sarebbero appartenute ad animali deceduti per malattia e successivamente riutilizzate su altri capi.

Un ruolo centrale nel presunto sistema sarebbe stato svolto dall’anagrafe zootecnica informatizzata, il registro ufficiale nel quale vengono inseriti i dati relativi agli animali allevati, ai controlli sanitari e agli spostamenti degli stessi.

Secondo la Procura, questo sistema informatico sarebbe stato utilizzato in modo distorto. I veterinari coinvolti avrebbero inserito dati non corrispondenti alla realtà con l’obiettivo di regolarizzare, almeno formalmente, situazioni che altrimenti non avrebbero potuto superare i controlli sanitari.

Terminale finale delle condotte contestate sarebbe stato uno stabilimento di macellazione poi sottoposto a sequestro nel corso dell’inchiesta. In quella struttura, sempre secondo l’accusa, sarebbero stati lavorati centinaia di capi tra bovini, suini e ovicaprini privi delle necessarie certificazioni sanitarie o delle profilassi previste dalla normativa.

Le carni ottenute dalla macellazione sarebbero quindi state immesse nel circuito commerciale e vendute, finendo potenzialmente sulle tavole dei consumatori. Nel corso della requisitoria, la pubblico ministero Rosaria Multari ha avanzato richieste di condanna nei confronti dei 22 imputati coinvolti nel processo.

La pena più alta, pari a cinque anni di reclusione, è stata richiesta per Serafina Frustaci, 64 anni, di Strongoli, impiegata amministrativa presso lo stabilimento di macellazione il cui proprietario ha già definito la propria posizione con un patteggiamento.

Per i veterinari coinvolti, le richieste sono le seguenti: cinque anni per Francesco Caparra, 68 anni, di Cirò Marina; quattro anni per Francesco Chiarello, 51 anni, di Verzino; cinque anni per Salvatore Gentile, 72 anni, di Cirò Marina; cinque anni per Carmela Giulia Volpicelli, 65 anni, di Crotone; quattro anni per Antonio Marasco, 63 anni, di Savelli. Tra gli altri imputati figurano Giovanni Restuccia (4 anni), Pietro Salerno (3 anni), Michele Berardi (4 anni), Giuseppe De Fine (3 anni), Giuseppe Iaquinta (3 anni e 8 mesi), Cosimo Leotta (4 anni), Angelo Palmieri (4 anni), Gennaro Panebianco (4 anni), Matteo Panebianco (3 anni), Salvatore Quattromani (4 anni), Mario Francesco Rossano (3 anni e 8 mesi), Gianfranco Schipani (3 anni e 8 mesi), Salvatore Tesoriere (3 anni), Vito Tridico (3 anni), Gaetano Petti (3 anni) e Giovanni Raffa, per il quale sono stati chiesti 4 anni e 8 mesi.

Il procedimento giudiziario proseguirà ora con le arringhe della difesa. Sarà dunque il tribunale a stabilire se le accuse formulate dalla Procura troveranno conferma o se emergeranno elementi tali da ridimensionare il quadro accusatorio.