TORINO – Arriva il primo verdetto giudiziario nell’inchiesta “Samba”, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Torino che ha acceso i riflettori su un presunto sistema di narcotraffico internazionale capace di collegare il Sud America ai porti europei.
Nel pomeriggio il giudice dell’udienza preliminare Giovanna Di Maria ha pronunciato le prime condanne nei confronti degli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, delineando un quadro investigativo che, secondo l’accusa, avrebbe coinvolto figure legate alla storica famiglia Assisi e importanti snodi del narcotraffico tra Brasile e Italia.
Il procedimento rappresenta il primo capitolo giudiziario di un’indagine che ha cercato di ricostruire una rete criminale capace di movimentare ingenti quantitativi di cocaina attraverso container diretti verso scali italiani e del Nord Europa.
L’operazione “Samba”, scattata nel dicembre 2024 su disposizione della Direzione distrettuale antimafia di Torino, aveva portato all’arresto di cinque persone in Italia e di altre diciotto in Brasile. Al centro dell’indagine, secondo la ricostruzione degli investigatori, vi sarebbe stata una struttura organizzata capace di gestire spedizioni di cocaina dal Sud America verso l’Europa, sfruttando la logistica dei traffici marittimi internazionali.
La droga, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbe stata occultata all’interno di container imbarcati su navi mercantili dirette verso diversi porti europei. Il sistema avrebbe potuto contare su contatti diretti con organizzazioni criminali attive nello Stato brasiliano della Paraíba, dove sarebbero stati consolidati rapporti operativi con gruppi locali.
Secondo i magistrati torinesi, la rete avrebbe operato anche grazie alla mediazione di figure già note agli ambienti investigativi, tra cui l’ex latitante Patrick Assisi e membri della sua famiglia, considerati punti di riferimento per i collegamenti tra Brasile e Italia.
Con la sentenza pronunciata nel pomeriggio, il gup Giovanna Di Maria ha inflitto pene rilevanti nei confronti degli imputati che avevano scelto il rito abbreviato. La condanna più severa riguarda Francesco Barbaro, soprannominato “Ciccio Salsiccia”, per il quale è stata disposta una pena di 18 anni di reclusione. A 14 anni di carcere è stato invece condannato Nicola De Carne, classe 1995, cognato di Patrick Assisi e genero di Nicola Assisi. Secondo l’accusa, De Carne avrebbe avuto un ruolo chiave nel rafforzamento dei rapporti tra i vertici del gruppo stabiliti in Brasile e gli affiliati operativi a Torino, fungendo da collegamento tra le due sponde dell’organizzazione.
La sentenza ha inoltre stabilito 12 anni di reclusione per Cristian Sambati, indicato dal collaboratore di giustizia Vincenzo Pasquino come “il mio uomo di fiducia”. Per Giovanni Pipicella, ritenuto dagli inquirenti finanziatore e destinatario di alcuni carichi di droga provenienti dal Sud America, la pena è stata fissata in 10 anni di carcere.
Nel quadro delineato dagli investigatori emerge anche il coinvolgimento di due donne appartenenti alla famiglia Assisi. Il tribunale ha infatti condannato Rosalia Falletta, moglie di Nicola Assisi, a 10 anni e 8 mesi di reclusione, mentre Rita Siria Assisi, figlia dello stesso Nicola Assisi, è stata condannata a 8 anni e 10 mesi. Secondo l’impostazione accusatoria, entrambe avrebbero avuto un ruolo attivo e consapevole nel sostegno alle attività del gruppo, fornendo un contributo ritenuto significativo nella gestione dei rapporti e delle operazioni legate al traffico di stupefacenti.
Un ruolo determinante nell’inchiesta è stato svolto anche dalle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, figure centrali nella ricostruzione investigativa. Il primo è Vincenzo Pasquino, classe 1990, ex broker del narcotraffico legato alla ’ndrangheta e ritenuto inserito ai vertici del locale di Volpiano, in Piemonte. Pasquino era stato arrestato in Brasile nel maggio 2021 insieme al latitante Rocco Morabito. Dopo anni di silenzio, tra maggio e giugno del 2024 ha deciso di collaborare con la giustizia, fornendo agli investigatori elementi che avrebbero contribuito a delineare la struttura del traffico internazionale.
Per Pasquino il giudice ha stabilito una pena di 10 anni di reclusione. Condanna anche per l’altro collaboratore di giustizia coinvolto nel procedimento, Enrico Castagnotto, al quale sono stati inflitti 8 anni di carcere. Le loro dichiarazioni, secondo gli investigatori, avrebbero permesso di ricostruire i collegamenti tra le strutture operative in Brasile e le basi logistiche attive in Piemonte.
L’indagine torinese si inserisce in un contesto più ampio che vede le organizzazioni criminali italiane sempre più coinvolte nelle rotte internazionali della cocaina. Il traffico via container rappresenta oggi uno dei canali principali per l’importazione di grandi quantitativi di droga dal Sud America verso l’Europa.
Secondo numerosi rapporti investigativi europei, le organizzazioni mafiose hanno sviluppato nel tempo una rete di intermediari, broker e referenti logistici in grado di operare su scala transnazionale, sfruttando la complessità dei traffici commerciali globali. In questo scenario, le indagini come “Samba” tentano di intercettare non solo i singoli carichi di droga, ma soprattutto le strutture organizzative che rendono possibile il funzionamento di queste rotte.









































