VIBO VALENTIA – Funerali celebrati all’alba, in forma strettamente privata e sotto la vigilanza delle forze dell’ordine.
Così si sono svolte a Piscopio, frazione di Vibo Valentia, le esequie di Nazzareno Fiorillo, 61 anni, soprannominato «U Tartaru», ritenuto figura di vertice del clan di ’ndrangheta dei cosiddetti Piscopisani. La decisione di vietare i funerali pubblici è stata assunta dalla Questura di Vibo Valentia per motivi di ordine e sicurezza pubblica, evitando che la cerimonia potesse trasformarsi in una manifestazione di consenso o in un momento di tensione sul territorio.
Fiorillo è deceduto mentre si trovava in stato di detenzione. Ricoverato all’ospedale di Pescara a causa del peggioramento delle sue condizioni di salute, l’uomo era detenuto nel carcere di Lanciano. Da tempo combatteva contro una malattia oncologica che negli ultimi mesi si era aggravata.
La scelta di vietare le esequie pubbliche rientra tra le misure che le autorità di pubblica sicurezza adottano nei confronti di figure ritenute appartenenti o vicine alla criminalità organizzata. L’obiettivo è evitare che il rito funebre diventi occasione di esaltazione simbolica o di riaffermazione del potere delle organizzazioni mafiose sul territorio.
Per questo motivo, i funerali di Nazzareno Fiorillo sono stati celebrati all’alba, alla presenza dei soli familiari più stretti. L’intera cerimonia si è svolta sotto stretto controllo delle forze dell’ordine, in modo da prevenire eventuali raduni o manifestazioni non autorizzate.
Piscopio, storicamente indicata dagli investigatori come uno dei centri di riferimento della cosca dei Piscopisani, è stata più volte teatro di operazioni antimafia e interventi delle autorità negli ultimi anni. La figura di Nazzareno Fiorillo emerge in diverse indagini della magistratura antimafia. Dal mese di aprile del 2019 si trovava detenuto in seguito all’operazione antimafia «Rimpiazzo», indagine che aveva colpito la struttura della cosca di Piscopio.
Al termine del processo celebrato con rito abbreviato, Fiorillo era stato condannato a undici anni di reclusione per associazione mafiosa. La sentenza rappresentava uno dei passaggi giudiziari più significativi nell’attività di contrasto alla criminalità organizzata nel Vibonese.
A questa condanna si erano aggiunti altri cinque anni di reclusione inflitti nel procedimento d’appello relativo al maxiprocesso «Rinascita Scott», l’imponente operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che ha ricostruito i rapporti e gli equilibri interni alla ’ndrangheta nella provincia di Vibo Valentia.
Negli ultimi anni la difesa di Fiorillo aveva tentato più volte di ottenere la sostituzione della misura cautelare in carcere, anche alla luce delle condizioni di salute dell’uomo. Tuttavia le richieste non sono state accolte. La Corte d’appello di Catanzaro, il 3 aprile 2024, aveva respinto l’istanza di sostituzione della misura cautelare. La decisione era stata poi confermata con un’ordinanza del 30 ottobre 2024 dal Tribunale di Catanzaro, in funzione di giudice dell’appello cautelare. Anche la Corte di Cassazione, successivamente, aveva confermato il rigetto della richiesta.
Le autorità giudiziarie hanno quindi ritenuto sussistenti le esigenze cautelari che giustificavano la permanenza in carcere.
Nel corso dei processi e delle indagini antimafia, alcuni collaboratori di giustizia avevano fornito ulteriori elementi sul ruolo e sui contrasti interni al gruppo criminale. Secondo le dichiarazioni rese agli inquirenti, alcuni esponenti del clan dei Piscopisani avrebbero addirittura maturato l’intenzione di eliminare Fiorillo, accusandolo di aver «tradito» il gruppo. In particolare gli veniva contestato di non aver preso parte attiva allo scontro con il clan dei Patania di Stefanaconi, storicamente sostenuto dalla potente cosca Mancuso di Limbadi.
Si tratta di uno dei capitoli più complessi delle dinamiche interne alla ’ndrangheta nel Vibonese, segnate negli anni da alleanze mutevoli e conflitti tra gruppi rivali.
La scelta di svolgere il funerale in forma riservata mira proprio a evitare che la ritualità pubblica diventi un segnale di forza o un messaggio di continuità criminale. In territori segnati dalla presenza storica della ’ndrangheta, anche questi gesti assumono un valore che va oltre il momento privato del lutto, ricordando quanto il contrasto alle mafie passi non solo dalle aule di tribunale ma anche dalla tutela dello spazio pubblico e delle sue regole.









































