ROCCA DI NETO (Kr) – C’è un passaggio, tra le carte dell’accusa, che più di altri restituisce il senso della vicenda: “ogni fine mese bisogna pagare”. Non è solo una frase, ma la sintesi di un sistema che, secondo la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, avrebbe radicato nella Valle del Neto un meccanismo estorsivo stabile, capace di piegare imprenditori e infiltrarsi nel tessuto economico.
È su questo scenario che si apre il secondo grado del processo alla cosca Comito-Corigliano, con il pubblico ministero Pasquale Mandolfino che chiede un deciso inasprimento delle pene per 14 imputati già condannati in primo grado. Parallelamente, diventano definitive le assoluzioni per altri otto imputati, tra cui il cantante neomelodico Salvatore Benincasa: su questo fronte, infatti, l’accusa ha scelto di non impugnare la sentenza.
Il cuore dell’impugnazione della Dda ruota attorno a due elementi: l’esclusione del vincolo della continuazione tra i reati e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Una scelta tecnica che, tradotta in termini concreti, significa chiedere pene più severe.
Secondo il pm Mandolfino, le condotte degli imputati – molti dei quali recidivi – dimostrerebbero una vera e propria abitualità a delinquere. Non si tratterebbe, dunque, di episodi isolati, ma di un sistema organizzato e strutturato.
Tra gli elementi valorizzati dall’accusa figurano la disponibilità di armi con sistemi di precisione e le attività di pedinamento delle vittime di estorsione, indici – secondo la Dda – della piena consapevolezza di operare all’interno di un’organizzazione mafiosa.
Emblematico, in questo quadro, l’episodio che riguarda Fortunato Barone: mentre si trovava in una sala della polizia per un controllo, avrebbe discusso con un complice delle strategie per evitare intercettazioni, mostrando – scrive l’accusa – “nervi saldi” e piena coscienza dei rischi.
È soprattutto sulla quantificazione delle pene che la Dda contesta la sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Crotone. Nel mirino dell’accusa c’è Umberto Comito, ritenuto il presunto collettore delle tangenti e figura “onnipresente” nelle intercettazioni relative alle estorsioni. Per lui, a fronte dei 16 anni inflitti in primo grado, viene richiesta una condanna a 30 anni di reclusione.
Stessa richiesta anche per Pietro Corigliano, indicato come figura apicale del sodalizio nella Valle del Neto. A suo carico, oltre al ruolo organizzativo, l’accusa sottolinea i “notevoli proventi” derivanti dalle estorsioni e la “terribile prostrazione” delle vittime, elementi ritenuti incompatibili con la concessione di attenuanti.
Pene più elevate vengono richieste anche per Domenico Megna, ritenuto alleato della cosca e capobastone di Papanice, già condannato a oltre vent’anni in primo grado. Dalle indagini emergerebbe un meccanismo tanto semplice quanto efficace: il pagamento del pizzo sarebbe stato camuffato attraverso consegne apparentemente innocue, come cornetti e caffè.
Secondo l’accusa, la clinica Romolo Hospital di Rocca di Neto sarebbe stata costretta a versare circa duemila euro al mese. Un sistema che si reggeva anche sulla complicità interna: alcuni dipendenti, sempre secondo l’impianto accusatorio, avrebbero segnalato agli esattori del clan quando il denaro era disponibile.
Le responsabilità delineate in primo grado coinvolgerebbero, tra gli altri, lo stesso Pietro Corigliano, indicato come gestore del bar utilizzato come punto di raccolta, la moglie Patrizia Cundari e altri familiari e sodali, impegnati nella gestione e nella ripartizione dei proventi illeciti.
Il procedimento ha inoltre fatto luce su ulteriori reati, tra cui la detenzione illegale di armi e il traffico di sostanze stupefacenti, rafforzando – secondo l’accusa – il quadro di un’organizzazione criminale articolata e capace di diversificare le proprie attività. Un altro gruppo di imputati è già stato giudicato con rito abbreviato in un troncone separato del processo, a conferma della complessità dell’inchiesta.
Non è un dettaglio secondario, infine, il riferimento ai presunti collegamenti internazionali: secondo quanto emerso, la cosca avrebbe esteso i propri interessi ben oltre i confini locali, fino a lambire contesti come Manhattan, segnale di una proiezione criminale che supera il perimetro territoriale.
Il processo di secondo grado si aprirà il 20 maggio davanti alla Corte d’Appello di Catanzaro. L’avviso è stato notificato alle parti civili – tra cui la Regione Calabria e il Ministero dell’Interno – oltre che ai difensori degli imputati. Sarà un passaggio decisivo: da un lato, la richiesta della Dda di rivedere al rialzo le condanne; dall’altro, la necessità di verificare la tenuta dell’impianto accusatorio già riconosciuto in primo grado.
Ma ecco le richieste della Dda di Catanzaro:
- Domenico Barbaro, di 35 anni, di Rocca di Neto: 5 anni e 6 mesi
- Rosario Barberio, 40 anni, di Scandale: 7 anni
- Fortunato Barone, 56 anni, di Rocca di Neto: 10 anni
- Francesco Comito, 35 anni, di Rocca di Neto: 5 anni
- Umberto Comito, 58 anni, di Rocca di Neto: 30 anni
- Luigi Corigliano, 31 anni, di Rocca di Neto: 11 anni
- Pietro Corigliano, 58 anni, di Rocca di Neto: 30 anni
- Patrizia Cundari, 61 anni, di Rocca di Neto: 10 anni
- Pietro Marangolo, 47 anni, di Rocca di Neto: 30 anni
- Pantaleone Marino, 66 anni, di Rocca di Neto: 16 anni
- Giuseppe Martino Zito, 54 anni, di Rocca di Neto: 21 anni
- Mattia Lagani, 23 anni, di Rocca di Neto: 5 anni
- Donatello Mancuso, 35 anni, di Strongoli: 10 anni
- Domenico Megna, 76 anni, di Crotone: 20 anni e 7 mesi









































