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Adulterio tra il calabrese e il cibo: mangiamo Kebab e Sushi ignorando le nostre tradizioni

Domani l'evento con diverse scuole e tanti specialisti della materia: un incontro da non perdere

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Auditorium Amarelli di Rossano

CORIGLIANO-ROSSANO – “Mangiamo kebab e sushi e neanche conosciamo cosa siano i chijnulilli o le scalille, cibi della nostra tradizione, che per decenni e per i nostri avi non erano solo cibi ma simboli”.

Ne sono convinti Pietro Ardito e Manuelita, autori del libro “Alla ricerca del cibo perduto – Manuale di sovranità alimentare per la Calabria del Terzo Millennio” la cui edizione 2023 sarà presentata sabato 18 febbraio alle ore 16.30 nell’Auditorium Alessandro Amarelli, prestigiosa agorà dell’omonima, storica Fabbrica e Museo della Liquirizia a Corigliano-Rossano.

“Quando un dato alimento si mangia in una data circostanza – affermano – smette di essere solo un mezzo di sostentamento ed assurge al ruolo di simbolo. Mai come adesso abbiamo la possibilità di mangiare cibi di altre culture e mai come adesso dimentichiamo le nostre tradizioni. La fine della miseria, intesa come l’impossibilità vera ad alimentarsi, per una larga parte della popolazione e l’affievolirsi del sentimento religioso, non sono certo prerogative della nostra Regione, eppure in nessuna altra parte d’Italia avviene un così costante, pervicace, adulterio (letteralmente accoppiamento illegittimo) tra il calabrese e il cibo. Trovare un ristorante che proponga un accoppiamento legittimo tra il calabrese e il suo cibo, è impresa titanica”, si legge nella introduzione del volume.

“Per un attimo – continuano gli autori – c’era sfiorata l’idea di compilare una guida ai ristoranti tipici, cioè quelli che proponessero menù con ricette strettamente tipiche. Abbiamo dovuto rinunciare all’impresa. Anche quelli che potevano ambire ad essere inseriti nell’elenco non resistevano ad inserire come dolce di Pasqua la pastiera e il panettone a Capodanno”, scrivono.

E aggiungono: “La cosa fenomenale e di nuovo paradossale è che festeggiamo le nostre tradizioni quando pensiamo vengano da altrove. È così che sta accadendo ormai da molti anni con la festa dei morti: le vetrine dei negozi e i megastore abbondano di decorazioni a forma di zucca. Tutti credono sia una tradizione americana. Forse questi nostri corregionali – chiosano – se un giorno dovessero venire a sapere che invece trattasi di tradizione calabrese, anziché esserne orgogliosi e riempire le vetrine con la scritta “u cuacculu du muartu”, smetterebbero di festeggiarla”.

Coordinati dalla giornalista Rosaria Talarico, insieme ai due autori interverranno: l’amministratore delegato Fortunato Amarelli; Sonia Ferrari, professore associato di Marketing del Turismo e di Marketing Territoriale dell’Università della Calabria; il dirigente IIS E.Majorana Corigliano-Rossano Saverio Madera; Nella Fragale di Graficheditore; il Presidente del Consorzio di Tutela Patata della Sila IGP Pietro Tarasi; Roberto Bonofiglio di Mi‘Ndujo; Lenin Montesanto, Program Manager della Cabina Regia sui Marcatori Identitari Distintivi della Regione Calabria; Antonello Rispoli dell’Ente Nazionale Microcredito.

L’incontro sarà impreziosito dalle degustazioni emozionali di alcuni degli oltre 300 tra cibi identitari e piatti perduti calabresi censiti nell’importante ricerca di Ardito e Iacopetta, curata dagli studenti dell’Alberghiero (IPSEOA) e dell’Agrario (ITA) dell’Istituto d’Istruzione Superiore (IIS) Majorana di Corigliano-Rossano.

“Sfatiamo una volta per tutto un cliché – scrive Lenin Montesanto, direttore di Otto Torri nel suo contributo al libro. Nella Calabria oicofobica si mangia malissimo. Dalle mense alla ristorazione. Vi è un dato di cui prendere atto perché sotto gli occhi di tutti, soprattutto di chi sceglie di visitarla, un dato che è il punto di partenza di ogni analisi: la sproporzione che c’è in Calabria tra la presenza e la proposta diretta e spontanea di prodotti non calabresi e, viceversa, l’assenza di prodotti calabresi, probabilmente non ha eguali nelle altre regioni italiane. Ecco perché non credo si possa, né tantomeno si debba, essere minimamente tacciati di improbabile nostalgia di teorie autarchiche nel pretendere, ad esempio, dalla nostra ristorazione e dalla nostra ricettività turistica, di essere soltanto un po’ più simili agli emiliani, ai trentini, ai piemontesi e perfino ai vicinissimi pugliesi nei cui menù e nelle cui piazze sventola, giustamente e orgogliosamente, la bandiera dell’identità dei loro territori. Senza alcuna xenofobia. Anzi. Perché – come cantano i Sud Sound System – se non dimentichi mai le tue radici, rispetti anche quelle dei paesi lontani. E senza oicofobia, Puglia docet, ci si guadagna”.

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