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I penalisti cosentini al ministro della Giustizia: «Se costituiamo un intralcio alla giustizia lo Stato faccia a meno di noi».

L’avvocatura in quanto tale è stata delegittimata; la difesa, come diritto costituzionalmente garantito, vilipesa

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COSENZA – La Camera penale di Cosenza ha presentato un documento rivolto al ministro della giustizia, Carlo Nordio il cui contenuto è un atto di denuncia contro “il vilipendio delle libertà”. 

“On.le Ministro di Giustizia –si legge nel documento dei penalisti cosentini – stiamo assistendo, con sdegno, all’attacco che lei, nell’esercizio della sua  funzione, sta subendo da una parte (larga, ahinoi!) dell’opinione pubblica. Quell’opinione pubblica populista e giustizialista per la quale parlare di diritti è un pericolo se non un reato. Nella campagna di raccolta firme per le sue dimissioni lei è stato definito incompetente o pericoloso. Perché nel nostro Paese – rabbrividiamo a tale pensiero – chi parla di garanzie rappresenta un pericolo. Se si spiega come le intercettazioni a strascico rappresentino una distorsione di un mezzo di ricerca della prova si è pericolosi».

E, ancora: «Se si afferma nell’Aula parlamentare che la mafia non pervade lo Stato, come si vuol far pensare, si è incompetenti, si è tacciati di non vedere l’ovvio. L’Italia non è fatta di pubblici ministeri e questo Parlamento non deve essere supino e acquiescente a quelle posizioni. Ricorderà, lo ha detto lei. In Parlamento, suscitando ancora aspre polemiche. Alle nostre latitudini, On.le Ministro, le intercettazioni a strascico, l’eccessivo utilizzo delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, la contestazione dell’aggravante mafiosa, le contestazioni a catena, l’utilizzo eccentrico dell’istituto della connessione tra procedimenti, costituiscono – da anni – l’ordinaria amministrazione della giustizia, gli strumenti di “dis” parità tra parti processuali».

Tutto questo «in nome di una emergenza che lo Stato non sa evidentemente superare con misure adeguate, che non sono, non possono essere, almeno non solo, quelle giudiziarie. Da qualche anno, si è colpito ancora più duro! Sono stati colpiti gli avvocati nell’esercizio della loro funzione; l’avvocatura in quanto tale è stata delegittimata; la difesa, come diritto costituzionalmente garantito, vilipesa. Le ultime decisioni dei Giudici della libertà di Catanzaro ne hanno dato conferma. Colleghi nobili ed illustri coinvolti in vicende giudiziarie con lo spettro della connivenza con la mafia, con la ‘ndrangheta».

Ed oggi, a distanza di mesi, a distanza di anni, «collegi giudicanti scrivono nei loro provvedimenti che “non sussistono gravi indizi di colpevolezza”. Per intenderci: vite e professionalità colpite in modo impunito ed impunibile – se solo la responsabilità dei magistrati non fosse vana parola – alle quali con estrema difficoltà si potrà restituire la dignità violata».

Quando si parla di giustizia «bisogna parlare anche di errori giudiziari, ha detto anche questo in Parlamento. Parliamone! Non creda On.le Ministro – non è nel nostro costume – che si dica questo come partigiani. No!!  E’ che sentiamo colpita la nostra funzione, nobile e costituzionalmente garantita, la nostra Toga.  Il nostro dovere nei confronti della Costituzione e dei nostri assistiti è stato delegittimato in modo irreversibile. A lei chiedono di dimettersi, a noi inducono a farlo, anzi vorrebbero licenziarci. Non abbiamo più strumenti per difendere l’art. 24 della nostra Carta. É estremamente triste: avvocati robot, riforme che ci relegano ai margini del processo, continui attacchi giudiziari e mediatici vengono utilizzati per ridurre l’Avvocatura ad una mera comparsa. Siamo evidentemente anche noi, come hanno detto di lei, o incompetenti o pericolosi». Ed allora «se rappresentiamo un pericolo, se costituiamo un intralcio all’amministrazione della giustizia, lo Stato faccia a meno di noi! Restiamo consapevoli, però, di incarnare l’ultimo anelito di libertà in nome di quel sacro vessillo – la nostra Toga, che è baluardo di legalità – nel cui nome abbiamo, sempre, lottato e, per sempre, continueremo a lottare».

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