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‘Ndrangheta a Roma, 67 rischiano il processo

Il “locale” operava a Roma dopo avere ottenuto il “via libera” dalla casa madre in Calabria. Tra i reati contestati anche cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco.

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Immagine diffusa all'esito dell'inchiesta antimafia

(ANSA) ROMA – I pubblici ministeri della Dda di Roma hanno chiuso l’indagine relativa al primo “locale” di ‘ndrangheta che era attiva da anni nella Capitale. L’atto è stato notificato a 67 persone che ora rischiano di finire sotto processo anche per l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.

Secondo l’impianto accusatorio del pm Giovanni Musarò, a capo dell’organizzazione c’erano Antonio Carzo e Vincenzo Alvaro, entrambi appartenenti a storiche famiglie di ‘ndrangheta originarie di Cosoleto, centro in provincia di Reggio Calabria.

Il “locale” operava a Roma dopo avere ottenuto il “via libera” dalla casa madre in Calabria. Tra i reati contestati anche cessione e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione aggravata e detenzione illegale di arma da fuoco.
Le indagini hanno evidenziato come fino al settembre del 2015 non esistesse una “locale” nella Capitale, anche se sul territorio cittadino operavano numerosi soggetti appartenenti a famiglie e dediti ad attività illecite.

Nell’estate del 2015, Carzo avrebbe ricevuto, secondo quanto accertato dagli inquirenti, dall’organo collegiale posto al vertice dell’organizzazione unitaria (la Provincia e Crimine), l’autorizzazione per costituire una struttura locale che operava nel cuore di Roma secondo le tradizioni di ‘ndrangheta: riti, linguaggi, tipologia di reati tipici della terra d’origine. Il gruppo agiva su tutto il territorio di Roma con una gestione degli investimenti nel settore della ristorazione (locali, bar, ristoranti e supermercati) e nell’attività di riciclaggio di ingenti somme di denaro. (ANSA)

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